Una favola per dire addio ai Magnifici 5 di Santa Teresa

HPIM3519…Tutt’intorno il paesaggio che avevo conosciuto appena schiusi gli occhi: tanto verde, uccelli ed insetti, bambini che giocano sfuggendo a mani rugose ma non ad occhi innamorati ed il cielo.

Un cielo azzurro, a volte bizzarro che, dopo essersi riempito di nuvole bianche ed anche grigie, starnutisce giù acqua leggera o impetuosa. L’acqua che nutre ed abbevera piante ed animali rimbalzando davanti ai miei occhi sulle foglie o correndo lenta o veloce per la corteccia fino a terra. E poi tra i cinguettii di uccelli di ogni colore e i gridolini festosi dei piccoli umani lo stormire delle foglie, un parlare dolce e tenero: la voce di mia madre.

Già, mia madre, una bellissima pianta, un albero, sì un albero che abbracciando con le sue chiome lo spazio enorme della sua vita dà rifugio ai nidi, regala ombra ai bambini che, stesi sulle sue radici guardano il cielo tra i suoi rami e, senza saperlo, godono dello sguardo materno di un testimone antico e sempre giovane della natura.

Ed io, piccolo seme, nell’osservare tanta vita intorno a me sogno, quando, a dimora nella generosa terra, diventerò anche io una bella pianta. Mia madre ne è sicura, anche se mi dice che, molto probabilmente, non mi vedrà crescere, portato lontano, chissà dove, dal vento.

Una mattina, mente mi accingo a crogiolarmi al primo sole, un rumore infernale, proveniente dal basso, scuote mia madre e tutti i rami, impauriti come me.

Mia madre sta morendo, cerca di regalarmi un ultimo sussurro con le sue foglie ancora verdissime. Sta morendo perché lame inesorabili con denti strazianti stanno entrando nel suo tronco, finchè uno schianto, un ultimo sussulto di foglie, la fuga degli uccelli disperati per la perdita dei loro nidi ed io, schiacciato nella terra.

Solo, al buio, nel terreno tremante ancora per la caduta di mia madre ed i passi concitati di chi, ignaro di tutto, gode soddisfatto di quella morte. Dopo un po’ sento avvicinarsi un piccolo verme che si chiede cosa ci faccia, io piccolo seme, sottoterra. ”Sei già pronto per germogliare?” mi fa. Che significa germogliare gli chiedo e lui, contorcendosi, mi chiede come mai mia madre non mi abbia spiegato niente. Gli rispondo che, probabilmente, non ne ha avuto il tempo. In quel momento mi sento scavare in testa e mi sento afferrare da un becco robusto che sta per farmi scivolare all’interno. No! Grido con tutta le mie piccole forze, no, lasciami che devo diventare una grande pianta. L’uccello mi guarda incuriosito quasi a domandarsi perché non mi ha ancora ingoiato. Prendo coraggio e gli dico che se non mi lascia crescere dove andranno a costruire nidi quelli come lui? Parte in volo e solo allora guardo lo scempio di mia madre, privata delle sue bellissime chiome, ormai uno scheletro.

Quasi mi dimentico che sto volando in becco ad un uccello. Qualcosa lo distrae perché mi lascia andare ed io vado giù con la terra che si avvicina veloce, poi, pumf, atterro su una foglia enorme e rimbalzo giù sulla testa di un ranocchio che si preparava ad un bel bagno. Gli occhi sono enormi e buffi ma non sono di suo gradimento e resto vicino a questo ruscello che scorre allegro, beato lui. Un solletico e vedo una, due, dieci formiche che mi abbracciano festose. Cosa vorranno da me? Me ne accorgo quando mi sento trascinare verso un piccolo buco dove non riescono ad infilarmi. Capisco che dovrei diventarne il pasto invernale e cerco di spiegare loro che il mio destino è completamente diverso ma sono troppo impegnate. Non si accorgono che una grossa lucertola si dimena con la sua coda. Un colpo e volo, volo sul viso di un bambino sdraiato vicino all’acqua con il suo cane intento a scavare freneticamente una bella buca.

Il bambino mi prende fra le dita e sta per lanciarmi lontano, forse nell’acqua dove non saprei nuotare ed allora con tutto il fiato che ho in gola gli grido: fermati! Il bambino strabuzza gli occhi e si guarda intorno a cercare l’origine di quel grido ed allora insisto. Sono un seme, è vero un piccolo seme, ma se ci fosse qui mia madre tu staresti all’ombra, forse ti addormenteresti pensando alle favole che ti racconta la tua mamma. Aiutami, fammi diventare una bella pianta, un albero meraviglioso come era mia madre. Lo so, ci vorrà tanto tempo, tanti anni perché io possa regalare ombra a te e ricovero agli uccelli, ma che ti costa. Il bambino, preso come da una favola, si gira, vede la buca scavata dal suo cane, mi adagia sul fondo, mi guarda un’ultima volta e mi ricopre con quella terra morbida, fresca, profumata. Il buio.

Mi addormento sereno. Dopo un po’, non so quanto, di nuovo un prurito, penso terrorizzato alle formiche e invece vedo che intorno sono spuntati piccoli fili. Li sento crescere e mi sento piano piano sollevato finchè, ad un tratto, salto fuori dal terreno, una luce abbagliante, di nuovo i rumori dell’acqua ed i versi degli uccelli. Mentre mi godo questo spettacolo ancora sporco di terra vedo arrivare un uccello impaziente di prendermi e strapparmi dalla mia nuova vita. Lo spavento con un urlo impensabile e gli prometto che se mi lascerà vivere e crescere sarò il rifugio per tutti i suoi simili.

Una promessa che ripeto tante volte mentre si alternano le stagioni e gli anni. Qualcuno comincia ad ammirarmi e poi dopo altri anni si realizzano il mio sogno e le mie promesse. Sono diventato un albero bellissimo, i miei rami più robusti ospitano tanti nidi, quelli più leggeri fanno giocare ed amoreggiare gli uccelli e le mie foglie cantano melodiose per i bambini e gli innamorati nascosti sotto le mie chiome. Il pensiero va a mia madre che se potesse vedermi sarebbe orgogliosa di me come lo ero io di lei…

DSCF9094Questa favola la raccontavo ai miei figli, inventata al momento come altre e suscettibili di continue variazioni nella varie “riedizioni”. Le favole, inesorabilmente a lieto fine, sgorgavano, non prive di tensioni ed avventure, dal desiderio d’intrattenerli bucando la realtà e descrivendola edulcorata da buoni sentimenti prevalenti su quelli negativi ed ostili. Regalavo, insieme al mio tempo di padre, un generoso ottimismo, lasciando ai miei piccoli spettatori il giudizio o il gradimento, a volte non gratificanti l’impegno di narratore, costringendomi, in quei casi, a correre ai ripari, recitando una delle favole preferite.

Questa, appena “riscritta”, era una di queste, piaciuta sin dalla “prima volta”, sostenuta dalla teatralità del sottoscritto, capace di far rivivere i personaggi, arricchendo di pathos il racconto.

Ho voluto mettere per iscritto l’ennesima versione proprio in questi giorni, funestati, per la nostra città e per chi ama la natura, dall’evento reale dell’ “omicidio” dei silenziosi  (alle nostre orecchie) e secolari platani di via Alavarez.

Sotto quegli alberi finivano le mie passeggiate al lungomare, un naturale e rinfrescante giro di boa per tornare, con le mani nelle mani dei miei genitori, verso casa, lasciandomi quelle chiome alle spalle mentre il mare sorrideva a fianco. Un ricordo, un’emozione, una delle radici della mia infanzia tagliate per far posto ad altro cemento che sopporterà altro cemento ancora. Una tristezza che nessuno spettacolo architettonico potrà lenire, perché, spesso, ci si  dimentica che il miglior architetto intorno a noi è la natura. Se la continuiamo a deridere per ergerci migliori ed onnipotenti, il nostro futuro non potrà che essere triste.

Invito tutti i miei concittadini ad amare ancor di più la natura, ad osservare il grande dono che abbiamo ricevuto e che dovremmo tramandare il più intatto possibile, a goderne degli spettacoli gratuiti per tutti, impegnandosi, almeno, a ripagarla con affetto ed attenzione.

Cordiali saluti da un salernitano.

Roberto De Martino

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1 Response to "Una favola per dire addio ai Magnifici 5 di Santa Teresa"

  • Zanardi says:
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