Platani Santa Teresa: La cognizione del dolore

platani luminarieLA CITTA’ DI SALERNO  di  Gerardo Malangone   

 

Sotto l’arco di Porta, Paolino dice che una cittá fattiva naturalmente rifugge i gesti troppo futili; quale, ad esempio, quello di correre a S.Teresa, su invito di Legambiente (vedi foto), la domenica avanti Natale e oziare sotto i platani (vedi Foto) per studiarne il curioso caso: essere belli (vedi foto) per abbellire -tutti illuminati- il concerto di capodanno, ma non esserlo per adornare la costruenda piazza più grande (e metafisica) d’Italia; e quindi sparire dopo più di cent’anni.

Caso etnologico, che gli ricorda quello di antiche vittime tribali che prima di essere uccise venivano lavate e profumate. «Pretesa strana, desiderare che gente operosa si muova per cose così», dice a Virginia, convinta pasionaria “naturale”, che si dispiace per il gran fervore che c’era intanto sul Corso, quella mattina.

«Virgì, per me, non si doveva proprio scegliere la domenica, che è giorno mooolto lavorativo a Salerno. Non si può spezzare il turno di lavoro dei lavoratori del Corso!». «Lavoratori del Corso? Ecché lavoro c’è da fare, lì?..» ha chiesto subito Virginia, un po’ agitata. E Paolino, serafico: «Tenere alta, passeggiando compatti, l’Immagine di Salerno nel mondo: cittá fervida ma non trafelata; sciamposa, shoppinghiera, radiosa, non come Roma o Napoli, o le altre, che in questi giorni festevoli sono così normali, opache, buie. Un lavoro serio, strategico, necessario per rintuzzare gli attacchi della propaganda nemica che è giunta a piazzare Salerno all’ultimo posto per tenore di vita nella graduatoria di tutte le cittá italiane».

«Ma come si permettono! Ma sono venuti mai a passeggiare qui per vedere come stanno veramente le cose, quei disfattisti del Sole-24Ore?», ha gridato allora una voce di lato.

Perciò, è dovuto intervenire il Prof, che è uno che discetta di fenomeni ed epifenomeni, privati e pubblici, urbani e suburbani, il quale ha detto che per lui ha ragione chi ha commentato il malo piazzamento dicendo sui giornali che il nostro problema è culturale. Perché senza cultura le cittá sono povere, amici, ma la cultura costa, e i soldi della cultura vanno dati bene, incanalati bene, guardati bene. Perché, se no, si può distinguere fra l’essere ricchi e pensare di esserlo, o scoprire che è più vero il dolore che la sua percezione. A questo punto la seduta si è sciolta, così, da sola, senza nemmeno più un tentativo di contrastare uno così. Buon Anno, amici di Porta, da Salerno, cittá, più che di lumi, di molto illuminanti luminari.

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