La città più bella senza il Crescent

Tratto da Fb

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UN ALTRO DISASTRO IN ARRIVO

Di Fabrizio Gallanti (leggi biografia) 05.04.2009 (Abitare)

L’architettura può rivelarci le direzioni verso cui va la politica? Un progetto recente di Ricardo Bofill per Salerno sembra sostenere questa ipotesi. E si può dire che la politica vada indietro nel tempo….
Mi permetto di aprire un inciso. Antonio Pascale, scrittore interessante e interessato alla città e all’architettura, in un recente saggio pubbblicato sulla rivista Limes, sostiene che la sinistra politica e culturale italiana sia ammalata di nostalgia.

Avendo perso un legame di classe con il proletariato, la classe operaia, o comunque i lavoratori (il PD oggi non sapeva se andare o non andare al corteo della CGIL), i politici e intellettuali di sinistra tentano con fatica di costituire un legame con la nuova classe media italiana, della quale sono comunque espressione (Pascale in un racconto molto potente “La classe media”, appunto, pubblicato nel libro “La manutenzione degli affetti” descrive il ruolo nella modificazione dei territori urbani, Caserta in questo caso), e tentano di riallacciare dei nessi emotivi, utilizzando la retorica della nostalgia. Tutto era meglio prima, proviamo a evitare il cambiamento e a ricostituire una età dell’oro perduta. Gli araldi di questa visione sono spesso comodamente e confortevolmente ospitati sulle pagine di Repubblica (la cui casa madre, stranamente, però pubblica pure Limes).

Pascale ne cita uno a modo di esempio, Pietro Citati che rimpiange il gusto dei pomodori perduti, convertendo un ricordo individuale in opinione apparentemente oggettiva e scientifica (una descrizione del metodo Citati, è contenuta nel saggio di Pascale “Scienza e sentimento“). Incapaci di proporre un’idea di sviluppo e progresso, di futuro insomma, di trasformazione, di cambiamento che approfitti delle possibilità dell’innovazione, intellettuali e politici di sinistra vivono un mondo gozzaniano di piccole cose perdute, magari da difendere con le unghie e con i denti se coincidono con il benessere personale. Questo gusto passatista, che si catalizza in fenomeni, comunque alla resa dei conti di consumo come altri, come Slow Food (del quale Pascale, che è agronomo di formazione, è molto critico) sembra che alligni anche nelle teste degli amministratori locali, eletti con liste o partiti del centrosinistra. E si manifesta nelle scelte urbanistiche e architettoniche. La nostalgia pare duplice: per forme della città e dell’organizzazione dei luoghi che non hanno più molto a che vedere con la vita di oggi (il portico, la piazza, la corte, il viale alberato) e per linguaggi espressivi impressi alle singole opere d’architettura desueti, anacronistici.

Abbiamo già scritto dei progetti sbagliati di Mario Botta per Genova e per Sarzana, repertori sfiatati di forme e di linguaggi reiterati dall’autore in maniera meccanica (in questo caso ci si affida a architetti che di loro hanno una forte nostalgia di sé stessi, e che quindi ripetono quattro o cinque artifizi espressivi sempre e comunque, assolutamente indifferenti al luogo nel quale operano). Pensavamo che si fosse raggiunto un punto molto basso nella relazione tra potere politico, cittadinanza, progettazione architettonica e uso del territorio. Ma dopo aver visto (sul sito di Repubblica, sarà un caso?) una serie di foto di un plastico per un complesso di edifici di Ricardo Bofill a Salerno, dobbiamo ricrederci: era possibile fare peggio.
L’intervento di Bofill proposto per il lungomare di Salerno è una rivisitazione del suo intervento di Cergy Pontoise nella periferia parigina del 1985 (dove Eric Rohmer aveva ambientato un film stupendo, “L’ami de mon amie“): un palazzone a semicerchio, aperto verso il mare.
Venticinque anni dopo il modello francese è trasposto come se nulla fosse sulle rive del Mediterraneo, tra l’altro con una versione più antiquata, neppure con il vetro specchiante a imitare le colonne, ma con dei bei muroni belli spessi. Appare come un connubio perverso tra architetture piacentiniane-giovannoniane e il meglio dell’architettura stalinista. Rappresenta, in tutto e per tutto, una idea di città, di rapporto con il paesaggio e di idea degli spazi, che era già arretrata 80 anni addietro. In realtà è un progetto così ridicolo da rasentare il sublime.
Sarà la piazza sul mare più grande d’Europa (chi dice queste cose, come fa a dimostrarle? o ci sarà un notaio del Guinness dei primati che controllerà con una bindella da geomentra, come per la piadina più grande del mondo o l’hot dog più lungo?) e infatti, non sapendo bene cosa succederà in quello spiazzo gigantesco, nel plastico appare una sorta di gigantesca foglia di palma stilizzata, che ricorda un po’ il simbolo della Lega Nord. Tra l’altro il nome “Piazza della Libertà”, lascia supporre un tentativo di sincretismo politico.
Il palazzo di Ceausescu non era molto diverso da questo edificio, pure nella applicazione di paramenti classicheggianti alla pelle degli edifici.
Ecco, ancora una volta all’opera il principio della nostalgia. E infatti il sindaco di Salerno, come quelli di Genova e Sarzana è di sinistra (a onor del vero il sindaco Vincenzi con il progetto Botta a Genova c’entra poco, e quando deve decidere lei sulla città fa bene, avendo chiamato Richard Burdett).

Solo che mi pare che a Salerno (anzi Salernia, come Sabaudia, Tirrenia e altre città di fondazione fascista) agisca anche una forma di schizofrenia, per cui si assembla un piano regolatore, tutto sommato corretto, di Oriol Bohigas, con alcuni pezzi forti di architetti inconciliabili tra loro: Zaha Hadid, con la sua stazione marittima, un centro commerciale di Jean Nouvel e la cittadella della giustizia di David Chipperfield. Sono tutti edifici che hanno preso gli steroidi, grandi e grossi (a Milano si aggiunge, “e ciula” a Genova “e abelinato”, a Salerno?), ma che non possiedono rapporti tra loro, una collezione di oggetti incongrui. E invece dell’intervento delicato di Kazuyo Sejima, che aveva vinto il concorso per la riqualificazione del centro storico di Salerno, nel 1997 che ne è stato?

Le foto del plastico, che possiede una qualità scadente, da club minore di ferromodellismo, rendono evidente, se ce ne fosse stato ulteriore bisogno, l’attuale incapacità progettuale di Bofill, che solo sa assemblare come in un collage figure vuote di senso e contenuti, ereditate dalla storia dell’architettura e sconnesse dalla vita e dalla realtà. Tra l’altro i progetti giovanili di Bofill sono stupendi!

Uno si domanda, per sciovinismo retrogrado: ma con tanti perfetti architetti mediocri in Italia, passatisti per vocazione o per necessità, c’era bisogno di andare a trovarne uno all’estero?
Poi dato che è proprio chiamato “Il Crescent”, vorremmo ascoltare un po’ delle pronuncie del nome di siffatto capolavoro: siccome amiamo la comicità campana, il genio vitale dell’ironia dei sottomessi, siamo sicuri che “Il Crescent” sarà una fonte infinita di bellissimi giochi di parole, che per pudore (non della volgarità ma della scarsa conoscenza del dialetto) non osiamo scrivere qui.

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4 Responses to "La città più bella senza il Crescent"

  • Marco S. says:
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