I Platani di Santa Teresa in Crescent? No Comment

Addio plataniTratto da “La Città di Salerno”

di Gerardo Malangone

Muti sotto l’arco, gli amici di Porta Nova rifiutano di commentare la strage dei vecchi platani di S.Teresa “in Crescent”, uccisi in un ultimo risveglio primaverile: più precisamente, nella controra di un weekend post-elettorale (notare il post), in cui le motoseghe hanno agito mentre il Primo salernitano era lontano, impegnato in un tour di apostolato di nuove sensibilità civiche presso più toste genti di terre irpino-sannite, che sono fra le più arborate di Campania e, dunque, assai attraenti. Nel mutismo di quelli di Porta non c’è indifferenza; al contrario, essi sentono la storia brutta come poche, con un gratuito massacro fatto “a tavolino” (da disegno!) di cinque grandi alberi centenari sicuramente più salernitani di chi li ha massacrati. Creature miti e innocenti, quelle, naturalmente belle, naturalmente vere, naturalmente incapaci di fuggire davanti alle motoseghe del sempre eccitato dio Cementarmato.

Creature familiari a più generazioni di salernitani, eppure condannate a far posto a progetti che negano l’idea stessa di progetto (che è una cosa che non esiste ancora e che deve tener conto delle cose che esistono: per esempio, cinque grandi alberi bellissimi). Una storia da cui esce lesionato nel profondo (anche se qualche anima bella, vedrete, cercherà di metterci una mano di stucco) il rapporto fra molti cives salernitani e il loro Palazzo; come accade a quelle intime rotture “familiari” che restano avvelenate nel fondo, non dette, alimentate dal muto senso di colpa di non aver voluto evitare ciò che era certamente evitabile.

taglio plataniStorie da cui si esce tutti con le ossa rotte e, per primi, certi responsabili di Palazzo, che ancora credono di averle sane e bacchettano chi protesta solo perché non s’accorgono del buco in petto che si son fatti da sé, buttandosi giù nell’onnipotenza o nell’ignavia. Una storia di mirabilie architettoniche più volte contraddette, di mezzicolossei nati da autistici gesti di vecchi guru del compasso a vite, d’insulti verso chi non sa apprezzarli, di disprezzo del buon sentire altrui, di noncuranza delle altrui preghiere. Ma anche di pigrizie civiche, cinismi psico-socio-culturali, provincialismi di storia e geografia, depistaggi in cronaca di mattanza in corso, eccetera. Dicono solo così, gli amici, chiusi nel silenzio: «Eccetera». Solo Leòn, e Paolino, e Pablo, e Ntunè, e Matelda, e Virginia, e tutti, dicono che gli viene da piangere pensando a quanti anni hanno dovuto aspettare quei cinque magnifici vecchi per riuscire a immolarsi per un progetto così europeo, così disperatamente necessario.

Invece, Aitàno, ragazzo semplice, e Giggìno, che porta il furgoncino e alza la voce se qualcuno (o qualcosa) lo urta, pongono una domanda: «Non vi fa senso, amici che leggete, quest’ultima idea di usare -dicono i giornali- come arredi da parcogiochi per bambini ignari di delitti le assassinate spoglie di quegli alberi? Quelli stessi che senza mai chiedere nulla per vivere, nel “tempo di migrare” accoglievano un mare di storni fra le foglie e cantavano con loro, sul mare di Teresa, nella sera, per cullarli prima della partenza? Non vi puzza di morte, pure quest’idea?».

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